Gennaro Favai
(Venezia, 1858-1927)

Considerato come l'ultimo dei vedutisti veneziani, definito da Gabriele D'Annunzio “fratello d'arte”, Gennaro Favai è allievo del veneziano Vittore Zanetti Zilla, che lo introduce allo studio della pittura veneta del Cinque, Sei e Settecento, attraverso le copie dei maestri e la sperimentazione dei materiali e delle tecniche antiche.
Cruciale per la sua formazione è la frequentazione del bolognese Mario De Maria, “pittore delle lune”, che si stabilisce a Venezia a partire dal 1892. Con lui condivide il repertorio pittorico rutilante e misterico, autunnale e immaginifico. Altrettanto importante risulta l'incontro con il prezioso universo segreto di Mariano Fortuny, approdato nelle lagune da Parigi nel 1889, da cui apprende l'uso alchemico della luce.

A ciò si aggiungano l'esperienze cosmopolite fatte nei numerosissimi viaggi e l'intensa attività espositiva a livello internazionale, cui non rinuncerà neppure in età avanzata.
Risale al 1904 la sua partecipazione all'Esposizione Universale di Saint Louis, cui seguono, nel 1905, un soggiorno in Olanda e a Parigi, dove ritorna ripetutamente almeno fino agli anni Trenta.
E' nel 1907 il suo esordio alla Biennale di Venezia e, a partire dall'anno successivo, la partecipazione alle mostre di Ca' Pesaro. Nel 1910 espone per la prima volta in Germania, a Dresda. Nel 1911 partecipa all'Esposizione internazionale di Barcellona, alla collettiva della Societé Internationale de la Peinture a L'Eau a Parigi e all'Esposizione Internazionale d'Arte di Roma.

Risalgono al 1912 le prime personali americane, al Museum of Art di Detroit, al Toledo Museum of Art e alla Hackley Art Gallery di Muskegon (Michigan), seguite nel 1916 dalla prima personale a New York.
Negli Stati Uniti esporrà ripetutamente nel corso degli anni, riscuotendo ampi successi, grazie al sostegno di un folto gruppo di collezionisti ed all'intelligente opera di promozione del cognato Jules Kievits, gallerista a Pasadena.
I soggiorni a Londra (1914), in occasione della mostra alla Goupil Gallery, ma soprattutto a Taormina e Siracusa prima (1915-1917), a Capri poi (1919-1922) sono fondamentali per la messa a punto da parte dell'artista di una nuova idea di paesaggio, scandito dal dilagare della luce, tra vividi alterchi cromatici ed accesi contrasti luministici . Un'inflessione gaia, atmosfere vaporose e scintillanti, sgravate dalla materia corposa del primo periodo, connoteranno d'ora in poi la sua produzione pittorica.

La diffusa sensibilità nell'ambiente artistico veneziano d'inizio Novecento per i linguaggi espressivi legati al clima del simbolismo e l'accostamento alla temperie decadente d'impronta nordica si riflettono significativamente in questo poetico Chiaro di luna, cui fa da quinta architettonica un'abbrunata Scuola Grande di San Marco nel campo Santi Giovani e Paolo a Venezia.
Collocabile cronologicamente entro la prima fase dei “notturni” (1910-1920 circa), immerso com'è in un'atmosfera di trasparente e silenziosa oscurità, il dipinto documenta l'accanita sperimentazione tecnica degli esordi di Favai, ove all'uso preponderante della tempera grassa si frammischiamo velature oleo-resinose, stese in rapida successione a sostanziare chiaroscuralmente un visionario plenilunio.

GENNARO FAVAI (Venezia, 1879 - 1958)
Chiaro di luna. La Scuola Grande di San Marco a Venezia, 1910-1920 circa
Tecnica mista su tavola, cm. 118x144

Firmato G. Favai in basso a sinistra e sul retro.
Sul retro sigillo in ceralacca verde riportante la scritta TA/HO/MA A B


Scheda Tecnica

Autore

Gennaro Favai  (Venezia, 1879-1958)

Titolo opera

Chiaro di luna. La Scuola Grande di San Marco a Venezia

Datazione Opera

1910 - 1920 circa

Tecnica

Tecnica mista su tavola

Dimensioni

cm. 118x144

Provenienza

Tahoma (California), collezione privata;
Italia, collezione privata.

Bibliografia di riferimento

S. Fuso – E. Prete – C. Sant - G. Soccol, a cura di, Gennaro Favai visioni e orizzonti 1879-1958, Venezia 2011, pp.59-67
S. Cecchetto, a cura di, Dialoghi veneziani. Gennaro Favai, Saverio Rampin, Gino Morandis, San Donà di Piave, 2017, pp. 30-31

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